Dio non ci giudica in base alle opere ma sulla capacità di amare

Dio non ci giudica in base alle opere ma sulla capacità di amare

11.01.2015 - 15:51

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Marco (Mc 1,7-11) non racconta nulla della nascita di Gesù, niente che ricordi l’infanzia, dice semplicemente che Gesù viene da Nazareth di Galilea, un paese sconosciuto, situato in una regione periferica e marginale: Gesù non rispecchia nessun parametro consolidato dalla tradizione ebraica circa il Messia.
Per Marco l’incarnazione è raccontata al Giordano, all’inizio della vita pubblica. Prima ancora del battesimo nel Giordano è il battesimo nella folla di peccatori che ci rivela l’umanità di Cristo e la sua missione tra gli uomini. Di lui non è detto nulla di particolare, Giovanni lo battezza come gli altri senza nulla dire: Gesù è uno come gli altri.
In greco il verbo baptizo significa immergere. L’immagine che Marco ci regala della “immersione” disturba non poco l'abitudine di far “emergere” Gesù dalla folla. Lo immaginiamo e lo abbiamo raffigurato diverso, negli abiti, nel volto, negli atteggiamenti.
Anche le icone e le pitture del battesimo di Gesù lo raffigurano solo, senza folla, con gli angeli che lo servono. Marco, invece, lo nasconde tra la folla come prima lo aveva nascosto a Nazareth. Gesù, dunque, va cercato nell’anonimato di una folla, con il volto di chiunque.
Si chiude oggi il ciclo liturgico natalizio.
In questa festa del Battesimo di Gesù, gli evangelisti narrano un fatto di estrema importanza. Gesù, per trent’anni, aveva condotto un'esistenza del tutto ordinaria nell’anonimato della casa e della bottega di Giuseppe, il carpentiere di Nazareth, che la gente riteneva fosse suo padre. L'uomo Gesù che esce dalle acque come tutti coloro che vi erano entrati a ricevere un battesimo di penitenza, ora diventa pienamente consapevole che Lui, e non altri, è venuto a battezzare? Non con acqua ma con lo Spirito Santo. La manifestazione è semplice ma profonda: una colomba evoca la presenza dello Spirito Santo e la voce del Padre riconosce in Gesù il Figlio per eccellenza, oggetto di inesprimibile amore. Il nostro vivere da cristiani è immerso in questa certezza: questo ineffabile amore del Padre per il Figlio che avvolge anche ognuno di noi.
Il Padre manifesta a lui il suo compiacimento, non per quello che Gesù ha fatto, si è solo messo in fila con gli altri, ma per quello che è, per la sua immersione nella condizione umana. Il compiacimento del Padre spinge Gesù verso una storia che è ancora tutta da vivere. Il compiacimento di Dio è tutto nella prospettiva, Dio si compiace nel Figlio per l’Amore che può riversare attraverso di lui su tutta l'umanità.
Dio guarda al futuro, a quello del Figlio come al nostro. Dio non si compiace di noi se siamo buoni o bravi, se abbiamo accumulato opere buone o riempito la nostra vita di devozioni, ma guarda all'amore che può riversare in noi, gratuitamente, e che crescerà, nonostante le difficoltà che dovremo superare, la fatica che ci frena, le fragilità ed il peccato. Perché attraverso di noi, il suo amore, si riverberi nell’umanità in cui siamo immersi.

con la collaborazione di Andrea Grippo

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