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Pasta, presepe e piccole donne: Cutolo family

Francesca Muzzi
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Jorge Luis Borges diceva che “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa, lì ricomincia la storia del calcio”. Aniello Cutolo dice che: “Ogni volta che prendo a calci un pallone, mi sembra di tornare bambino”. E detto da uno che è più alla fine che all'inizio della carriera, fa decisamente un bell'effetto. Specialmente quando a 36 anni lo vedi infilare - a Carrara - per due volte la porta nel giro di pochissimi minuti, quelli finali e regalare all'Arezzo quelle gioie che solo un capitano che arriva dal sole di Napoli, può fare. La doppietta di domenica 17novembre, l'ultima di una serie di gol. Belli, pesanti. Ma anche semplicemente di gesti, come quello di giocare per tutti i novanta minuti. Alla faccia dei crampi, della stanchezza e dell'età. Come un anno fa, quando si prese sulle spalle l'Arezzo e se lo portò alla salvezza al termine della battaglia totale. Sorride Aniello che per tutti è Nello e che come un bomber alle prime armi dopo una doppietta come quella di Carrara sa “solo” dire: “Sono davvero felice. Felice di avere fatto felice i tifosi dell'Arezzo”. Un gioco di parole che però rende. Eccome, se rende. Come quel piatto di pasta al sugo, “ma al ragù napoletano” che Cutolo si concede spesso. “Sono un pastaiolo e mangerei solo pasta a pranzo e cena”. La sua carica, anche se ce n'è un'altra ancora più forte. Si chiama Tonia, Ilary, Nicole e Vittoria e sono le sue “piccole donne”. “Beato tra le donne - dice - Il maschio? No grazie, mi fermo qui. Mio fratello ha un maschio. Faccio lo zio”. Alla sua collezione di tatuaggi manca ancora un nome, quello di Vittoria, l'ultima nata in casa Cutolo. “Ancora non l'ho fatto. Sarà l'ultimo. Ho già quello di Ilary che ha 13 anni, Nicole che ne ha 10, mia moglie Tonia e ora la piccola Vittoria, una sorpresa per tutti”. La carica naturale prima di ogni partita. Il sorriso più bello subito dopo. “Una famiglia straordinaria - racconta il capitano - che mi ha sempre supportato e anche sopportato. Ha sopportato soprattutto i miei spostamenti per lavoro. A volte le mie bambine hanno cambiato scuola ogni sei mesi”. Ad Arezzo però Cutolo ha trovato la stabilità. E chissà che da Arezzo non cominci pure una nuova carriera. “Quando un giorno smetterò di fare il calciatore, mi piacerebbe restare in questo mondo. Magari mi vedo come dirigente o come direttore. Meno come allenatore. Anche se poi magari cambierò idea”. Non è un segreto che il direttore generale Ermanno Pieroni gli dà qualche consiglio in questo senso. Lo stesso direttore che lo portò ad Arezzo. La carriera di Nello, a guardarla bene, non è stata lineare. Nato nel settore giovanile del Napoli “sono un grande tifoso”, ha conosciuto alti e bassi. Fino a quando non si sono spalancate le porte della serie B: trecento partite. Tra queste anche quelle con la maglia dell'Arezzo quando in panchina c'era Elio Gustinetti. “Ma in quella stagione venni ceduto al Verona in cambio di Melis”. In quell'Arezzo ritrovò Antonio Floro Flores con il quale aveva giocato insieme nel settore giovanile del Napoli. Se gli chiedi se c'è un allenatore del cuore, Cutolo risponde “tutti, perché ognuno mi ha lasciato qualcosa”. Così come Di Donato, che quando venne nominato allenatore dell'Arezzo a Cutolo fece uno strano effetto: “Perché era la prima volta che ero allenato da un mio ex compagno di squadra”. Insieme, tanto per cambiare, all'Arezzo. Insomma ci sono tutti i contorni di una bella favola che di questi periodi è anche un po' natalizia, come il Natale che si sta preparando in casa Cutolo. A proposito presepe o albero? “In casa mia li facciamo sia il presepe che l'albero. Non ci facciamo mancare niente”. Come domenica a Carrara, come un anno fa nella battaglia totale. E' Cutolo. Il capitano di tutti al quale i tifosi dicono “grazie”. E lui semplicemente risponde: “Avanti, facciamo grande questo Arezzo”. Come un ragazzino che rotola il pallone tra i piedi per la prima volta.