Vietato dire non ce la faccio più

La lezione d'amore

11.07.2016 - 19:42

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Questa è la storia di un giovane uomo in fuga per la libertà.
Ma quando si fugge non si è mai liberi perché la fuga è una costrizione.
Ecco perché si dice fuggire, non partire.
Ecco perché guardarsi indietro significa lasciare la propria vita per l’ignoto.
Non avere altra scelta non significa mai scegliere.
È così che questo giovane si sposa con la donna che ama nel loro paese, la Nigeria. Mettono al mondo un figlio. Vivono una vita normale finché un giorno il terrorismo spazza via le loro radici e il loro futuro: i terroristi di Boko Haram fanno saltare in aria la Chiesa con i genitori, i suoceri e la figlia.
A questa coppia resta, in questo immenso dolore, la sola possibilità di poter almeno salvare la speranza che la donna porta in grembo.
Scappano in Libia, salgono su un barcone cercando la salvezza in Italia.
Durante il viaggio, la giovane viene picchiata dagli scafisti. Perde anche quella creatura. Sbarcano così a Palermo.
Senza più nulla. Solo macerie alle loro spalle. Solo dolore nel loro passato. E tanta paura per il futuro.
Ma succede che nel buio assoluto della disperazione, si possa riaccendere una possibilità quando l'arcivescovo di Fermo li accoglie e riescano ad avere riconosciuto lo status di rifugiati.
Così, da quasi un anno, vivono Emmanuel e la moglie Chynyeri.
Adesso dovremmo concludere qui. Scrivere che dopo tanto dolore questa giovane coppia, in fuga per la vita, ce l’ha fatta. Che quel barcone li ha davvero condotti in salvo, in un paese che li ha accolti facendoli sentire a casa. E che come in una favola vissero felici e contenti. Finalmente.
Invece no. L’epilogo di questa storia lo conosciamo tutti da giorni.
Una sera qualunque, passeggiando mano nella mano, la coppia viene aggredita verbalmente.
Un tizio sente il bisogno di urlare “scimmia” alla donna.
Ne nasce una colluttazione di cui ancora non si conoscono esattamente le dinamiche.
Sappiamo solo che Emmanuel sull’asfalto del nostro paese è morto. Sopravvissuto ai terroristi, agli scafisti, all’atroce sofferenza per aver perso tutto, è stato ucciso qua, da noi, nel luogo del “rifugio”.
Una storia di dolore dilaniante, di odio e di ignoranza che uccidono. Ma a cambiare di nuovo il finale è quella ventiquattrenne a cui la vita ha già tolto genitori, suoceri, due figli e il marito.
Eppure non le ha tolto la dignità e l’animo buono. Ha deciso di donare gli organi del marito. Oggi qualcuno nel nostro paese vive grazie a quest’uomo a cui noi la vita abbiamo tolto.
Grazie Chyniyeri, per il tuo gesto, per la tua lezione d’amore.
Abbiamo tanto da imparare.

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