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Il cuore del Conolly

Selene Bisi
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Ci sono suoni, odori, luoghi che nel momento in cui li viviamo ci riportano altrove. Marcel Proust la chiamava "intermittenza del cuore", come quando ne “La strada di Swann” il biscotto Madeleine riporta alla memoria le giornate con la zia. Ma esiste anche un'intermittenza del cuore collettiva perché esiste una memoria collettiva che è quella che riguarda ciò che non abbiamo vissuto, ma che ci hanno raccontato e tramandato. Siena è una città che proprio per la sua storia, è ricca di questi luoghi. Uno di questi è sicuramente il San Niccolò, oggi sede universitaria, ma prima Ospedale psichiatrico. Quelle mura racchiudono in sé la storia di tutti coloro che vi sono passati, quando il malato psichiatrico, prima della legge Basaglia del 1978 era concepito come qualcuno da contenere, prima ancora che da curare e raccoglieva i casi più diversi. Nei primi anni del Novecento bastava essere ribelli per essere "rinchiusi in manicomio", diventò uno strumento di repressione politica, sociale. Là venivano collocate anche persone senza reali problemi psichiatrici, ma le "persone scomode", addirittura i bambini non voluti, abbandonati. Oggi quel luogo da racconto di dolore è diventato un luogo di gioia, dove gli studenti si incontrano, conseguono i loro risultati, ma per tutti rimane "il manicomio". Tra quelle mura è rimasto però anche un luogo inutilizzato: il padiglione Conolly che sta cascando a pezzi, sotto gli occhi impotenti di chi ogni giorno passa di lì. Poi un giorno, Andrea Friscelli, il fondatore della Cooperativa La proposta nata in seguito alla legge Basaglia, con l'obiettivo di inserire nelle proprie attività soggetti con disagio psichiatrico o in situazioni di marginalità sociale, passando lì davanti ha deciso che era il momento di fare qualcosa per salvare il Conolly. Oggi il padiglione è infatti in gara tra i “Luoghi del cuore”, la campagna promossa dal Fai per salvare posti abbandonati che appartengono alla nostra storia. Il padiglione Conolly era quello dedicato ai cosiddetti clamorosi, agli agitati. Quelle mura raccontano ancora quel dolore tramite i segni di coloro che contavano i giorni verso una libertà che non arrivava mai, da una società e da una scienza che non aveva ancora imparato come prendersi cura di loro nella maniera adeguata. Lo dobbiamo a quelle persone il salvataggio del Conolly, hanno passato le loro esistenze da scomodi, da invisibili. Dobbiamo noi, oggi, restituire loro una dignità, conservando la loro memoria. Che è anche la nostra.