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Daniele, papà separato

Selene Bisi
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Perché può capitare che dal vivere in una casa accogliente con una moglie e una bella bambina di tre anni, ci si ritrovi da un giorno all'altro in una roulotte senza luce, acqua, riscaldamento, gas, senza una moglie che ha scelto di chiudere il matrimonio e senza un lavoro. Ma una cosa è rimasta sempre: la voglia di farcela per quella bambina. Tutelare lei è una priorità ed è anche la ragione per cui non useremo il vero nome del papà, che chiameremo Daniele. "Avrei potuto tornare nella mia città natale, ma non volevo. Volevo restare dov'era mia figlia. Per me era l'unica cosa importante". Un matrimonio fallito, ma la volontà di non fallire anche nella genitorialità, il ruolo di padre è quello che ha spinto Daniele ad accettare di vivere in condizioni tragiche. "Quello che mi ha aiutato a sopravvivere in termini materiali è stato l'aver fatto il militare. Avevo imparato come farcela in condizioni di emergenza senza beni di prima necessità. Avevo adottato dei piccoli ingegni per lavarmi". Daniele non si arrende. Può contare su qualcuno che ogni tanto gli porta una cioccolata calda, su un bar che gli dà da mangiare a "pagherò", sui gestori che gli comprano gli antibiotici quando si ammala e che lo ascoltano come amici. "Cercavo lavoro, ma appena dicevo che ero senza fissa dimora, nessuno era più disponibile a farmi lavorare. Le istituzioni poi non mi hanno aiutato". Così Daniele vive per due anni in una roulotte, finchè finalmente trova lavoro come autotrasportatore, poi come autista "ho potuto riprendere in mano la mia vita, avere di nuovo un'indipendenza, una casa, una credibilità in Tribunale nelle vicende della separazione, aver dimostrato alla mia ex moglie e a mia figlia che non ero un fallito". La storia di Daniele non è così rara, non è l'eccezione che potremmo pensare. Dopo una separazione le condizioni economiche cambiano vistosamente per gli ex coniugi. Spesso i padri sono tenuti a lasciare la casa, a trovarsene un'altra. E cambia, lasciando ferite profonde, il rapporto genitoriale, non poter più vivere una quotidianità con i propri figli "sono passati 10 anni eppure non sono felice, non mi sento realizzato come padre e non lo sono perché non ho vissuto appieno la vita di mia figlia". Sente poi di dare un consiglio a chi vive una situazione simile a quella che ha vissuto lui: "Mai mollare. Quando non c'è più amore è giusto che il matrimonio finisca, ma i figli non possono diventare armi". L'affetto dei figli è nutrimento per il cuore di ogni genitore, ma per un padre separato acquista un significato ancora diverso, rappresenta la consapevolezza di essere riuscito a salvaguardare un rapporto padre-figlio anche quando tutto sembrava remare contro. Daniele è un uomo che è passato dalla disperazione alla rabbia. Ma il suo volto adirato cambia quando gli chiedo quale sia la sua speranza, si rilassa, fa finalmente un sorriso, "il mio sogno è che mia figlia un giorno mi dica: papà ti voglio bene". Le sue parole ricordano le frasi dello scrittore Dominique Sampiero alla propria figlia "Che le mie parole possano essere come una sciarpa per la tua vita di donna, un lungo abito di seta di colore malva e blu che accompagnerà ognuno dei tuoi gesti, quando più in là, soffrirai pensando a noi, alla tua infanzia troppo breve, a questa pagina della tua storia, lacerata, sgualcita, trascinata in tre stracci, tu, io e tua madre".